Turchia
Asia · Turchia · Stefania · 9 min

Turchia — Tre mesi a Izmir tra imprevisti, amicizie e diversità

Stefania
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Fatto interessante

In Turchia esiste un villaggio, Kuşköy, nella regione del Mar Nero, dove gli abitanti comunicano ancora oggi attraverso un linguaggio fischiato chiamato "kuş dili" che significa letteralmente "lingua degli uccelli". Sviluppato secoli fa per trasmettere messaggi attraverso le valli montagnose dove la voce non arrivava, questo linguaggio riesce a replicare tutte le sfumature del turco parlato attraverso i fischi e può essere compreso fino a un chilometro di distanza. Nel 2017 è stato inserito dall'UNESCO nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità.

La Turchia è un paese che vive letteralmente tra due mondi: una parte si trova in Europa, l'altra in Asia, separate dallo Stretto del Bosforo. È una delle civiltà più antiche del pianeta, con strati di storia che si sovrappongono in ogni città e ogni piatto. Ittiti, Greci, Romani, Bizantini, Ottomani: tutto questo passa attraverso un paese che oggi è moderno e dinamico ma ancora profondamente legato alle proprie tradizioni.

Un Inizio Tutt'altro che Semplice

Ho vissuto tre mesi a Izmir, la terza città più grande della Turchia, affacciata sul Mar Egeo. È una delle mete meno frequentate del paese, ed è forse proprio per questo una delle mie preferite. Ma cominciamo dall'inizio, che è stato tutto tranne che tranquillo.

Ero partita con un'agenzia per lavorare all'estero. Il volo è stato ritardato di tre ore, nessuno sarebbe venuto a prendermi in aeroporto, non avevo una sim e non avevo contanti. Un ottimo inizio.

Credo però che partire con la giusta mentalità renda ogni viaggio migliore, e per me questo significa una cosa sola: parlare con le persone. Ho sempre creduto, e i miei viaggi lo hanno confermato, che in ogni viaggio incontri qualcuno al posto giusto e nel momento giusto. In quell'aereo fermo sulla pista per tre ore mi sono ritrovata seduta vicino a due ragazzi turchi che erano stati a Milano per il lavoro dei genitori. Nel tempo che abbiamo passato fermi a bordo è nata un'amicizia. Quando siamo atterrati mi hanno accompagnata all'ostello dove avrei passato i miei tre mesi e hanno aiutato a comunicare con la proprietaria, che di inglese non sapeva una parola.

Così come quasi tutto il resto dell'ostello, tranne una ragazza, l'unica tra mille persone che parlava un inglese decente. È diventata la mia compagna di rientri, quella con cui mi sentivo un po' a casa quando tornavo la sera.

Il Primo Mese: Sopravvivenza e Adattamento

Le prime settimane sono state dure. Izmir è poco turistica e quasi nessuno parlava inglese. Non ho conosciuto un solo europeo in quel periodo e fare anche le cose più semplici richiedeva uno sforzo enorme. Anche al lavoro le cose non andavano come mi aspettavo e l'agenzia con cui ero partita si era praticamente fatta da parte. Da lì ho capito che certe volte è meglio partire da soli.

Ho iniziato a imparare qualche parola di turco per pura sopravvivenza. Grazie ai ragazzi dell'aereo e alla mia compagna di ostello le cose miglioravano, ma la differenza culturale era evidente ogni giorno. Non mi ha mai spaventata, anzi: mi ha fatto capire quanto grande fosse il mio spirito di adattamento, una cosa che non sapevo di avere fino a quel punto.

Il Gruppo che ha Cambiato Tutto

Dopo circa un mese ho incontrato altri ragazzi partiti con la stessa agenzia: due ragazzi egiziani e due ragazze tunisine. È nato un gruppo meraviglioso, culturalmente lontanissimo da qualsiasi cosa avessi vissuto prima. Abbiamo viaggiato il più possibile, ci siamo raccontati le nostre culture, le nostre abitudini, i nostri modi di vedere il mondo. Credo che sia stato lì che ho iniziato davvero ad innamorarmi della diversità.

Istanbul e la Cappadocia

Tra le mete visitate non potevano mancare Istanbul e la Cappadocia, che per quanto turistiche valgono davvero la visita.

Istanbul è una città che porta il peso di essere stata capitale di tre grandi imperi e si vede in ogni angolo, dalla Hagia Sophia al Gran Bazaar, dai quartieri storici alle rive del Bosforo. È una città che funziona su due livelli contemporaneamente e riesce a tenerli insieme in modo unico.

La Cappadocia è invece un paesaggio che si fatica a credere reale finché non ci si è dentro. Le formazioni rocciose, le chiese scavate nel tufo e le mongolfiere all'alba sono qualcosa che difficilmente si dimentica.

I Posti che Non Si Trovano sulle Guide

Vivere con gente del posto mi ha permesso di scoprire luoghi molto meno conosciuti. Alaçatı, con le sue case in pietra e i vicoli stretti, Eskişehir con i suoi canali e la sua energia giovane, i piccoli paesini dell'entroterra egeo dove il tempo sembra scorrere diversamente.

Ma soprattutto mi ha portata in posti di cui faccio ancora fatica a ricordare il nome, luoghi dove la vera vita turca viveva, senza filtri e senza attrazioni da fotografare. Quelli sono stati i momenti più autentici del viaggio.

Il Cibo: Cuore della Cultura Turca

Vivere in Turchia significa fare i conti con il cibo ogni giorno, perché qui il cibo non è solo nutrimento: è il centro della vita sociale.

Il protagonista assoluto è il çay, il tè nero servito in un piccolo bicchiere a forma di tulipano, che accompagna qualsiasi momento della giornata dalla colazione alla conversazione serale. Non si entra in un negozio, non si siede a parlare con qualcuno, non si aspetta senza che arrivi un çay.

Poi c'è il caffè turco, denso, preparato nella cezve e bevuto lentamente, con i fondi che restano sul fondo della tazzina e che i turchi leggono ancora oggi per raccontare il futuro. Il simit, il tarallo di sesamo venduto dai carretti per strada, è la colazione di chi ha fretta. Il meze è il modo in cui si inizia ogni pasto importante: piccoli piatti di melanzane, yogurt, legumi e verdure da condividere al centro del tavolo. E poi il kebab, che in Turchia non assomiglia a niente di quello che si trova fuori dal paese, con varianti regionali che cambiano da città a città.

Una cosa che sorprende sempre è la generosità con cui il cibo viene offerto. In Turchia essere ospitati a tavola è ancora un gesto profondo, e rifiutare equivale quasi a un'offesa.

Perché Consiglio questa Esperienza

È stata una delle esperienze più belle della mia vita, proprio perché non è stata facile. Gli imprevisti del primo giorno, il mese di solitudine e adattamento, il lavoro che non funzionava come doveva: tutto questo ha reso il resto ancora più prezioso. Il gruppo trovato per caso, le amicizie nate in circostanze improbabili, i posti scoperti grazie a chi ci viveva davvero.

La consiglio a chiunque voglia mettersi in gioco, sapendo che le cose non andranno sempre come previsto e che è esattamente lì che inizia il viaggio vero.

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