Il regista James Cameron ha tratto parte dell’ispirazione per il film Avatar proprio dalla Daintree Rainforest. Cameron ha più volte raccontato il suo interesse per i luoghi in cui la natura è ancora profondamente intrecciata con le culture indigene — un’idea che richiama il rapporto tra i Kuku Yalanji e la loro terra.



Yalada per noi oggi non è solo una parola che significa “benvenuto”. È un modo di essere accolti dalla terra stessa, e di imparare a restituire quello stesso rispetto a tutto ciò che incontriamo lungo il cammino.
Da marzo 2026 ci siamo trasferiti con il nostro van a Port Douglas, nel nord del Queensland, una piccola cittadina sospesa tra due siti UNESCO: la Grande Barriera Corallina e la foresta pluviale più antica al mondo.
Qui lavoriamo come guide turistiche per Back Country Bliss Adventures, un’azienda locale specializzata in esperienze ecosostenibili nella foresta pluviale. Il loro tour più famoso è il River Drift Experience, un’attività che si svolge lungo il cristallino Mossman River: gli ospiti si lasciano trasportare dalla corrente su materassini galleggianti, attraversando tratti di fiume immersi nella vegetazione tropicale.
La Daintree Rainforest è considerata la foresta pluviale più antica del mondo ancora esistente, con origini che risalgono a oltre 180 milioni di anni fa. È un ecosistema unico, dove convivono specie vegetali primitive, animali endemici e una biodiversità straordinaria.
In questa foresta tutto è profondamente interconnesso. I funghi formano una rete sotterranea che permette lo scambio di nutrienti tra le piante. Durante i tour passiamo spesso accanto allo spurwood mahogany, soprannominato da noi “la madre della foresta”: attraverso la rete radicale, può contribuire a trasferire nutrienti alle piante più in difficoltà.
In questa stessa area si trova una delle piante più pericolose al mondo: la Gimpy Gimpy, chiamata nella lingua dei Kuku Yalanji “dolore, dolore”. Ricoperta da microscopici peli urticanti, può causare un dolore intenso e persistente per settimane o mesi.
Questa è soprattutto la terra dei Kuku Yalanji, il popolo aborigeno che da migliaia di anni vive e custodisce questo territorio. Per loro la foresta non è solo natura, ma bubu (terra): identità, memoria, spiritualità e connessione profonda con ogni elemento del paesaggio.
Come ci ripetono spesso: “Don’t look at it, try to look into it” — non guardare la natura, prova a guardarla dentro. Con loro abbiamo imparato che entrare in contatto con un nuovo luogo non significa solo vedere, ma ascoltare. Non solo attraversare, ma comprendere.