Chicago
Nord America · Chicago · Davide · 7 min

Vivere gli Stati Uniti da studente-atleta

Davide
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Fatto interessante

Chicago è una delle poche grandi città americane dove il concetto di 'neighborhood' conta ancora più del centro città. Ogni quartiere ha una propria identità culturale costruita dalle diverse ondate migratorie arrivate negli ultimi 150 anni: italiani, polacchi, irlandesi, greci, messicani, ucraini e molte altre comunità hanno lasciato tradizioni, ristoranti, chiese e festival che esistono ancora oggi. In alcune zone della città sembra quasi di attraversare paesi diversi nel giro di pochi isolati.

Ci sono esperienze che durano qualche settimana e altre che, nel bene e nel male, ti cambiano il modo di vedere le cose. I miei quattro anni negli Stati Uniti sono stati così. Non li ricordo come un film o come un 'sogno americano', ma come un periodo molto intenso fatto di adattamento, responsabilità, nuove abitudini e crescita personale.

Sono partito dall'Italia molto giovane, con l'idea di unire studio e calcio in un sistema universitario completamente diverso da quello europeo. All'inizio avevo aspettative abbastanza semplici: giocare ad alto livello, laurearmi e costruirmi un'esperienza importante all'estero. Poi, vivendo davvero gli Stati Uniti, mi sono reso conto che la parte più interessante non era il risultato finale, ma tutto quello che succedeva nel mezzo.

Il percorso prima di Chicago

La mia esperienza americana non è iniziata subito a Chicago. I primi anni li ho vissuti tra Texas e Kansas, frequentando due community college.

Il Texas è stato il primo vero impatto con gli Stati Uniti. Anche le cose più semplici richiedevano tempo per essere comprese: il modo di relazionarsi con le persone, l'organizzazione del college, la vita nel campus, lo sport universitario.

Il Kansas, invece, è stato un ambiente più tranquillo gestendo studio, allenamenti e lavoro con molta più autonomia.

Solo dopo è arrivata Chicago. E lì, gradualmente, ho iniziato a sentirmi nel posto giusto.

All'inizio non è stato semplice. Sono arrivato in pieno inverno e l'impatto con la città è stato abbastanza pesante: freddo, ritmi veloci e la sensazione di dover ripartire ancora una volta da zero. Però, con il tempo, tutto ha iniziato a prendere forma.

Dopo due community college, poter studiare alla Roosevelt University e vivere in una città come Chicago sembrava un traguardo importante. Avevo finalmente la possibilità di mettermi in gioco non solo nello sport, ma anche a livello accademico e personale.

La vita da studente-atleta

Fare lo studente-atleta negli Stati Uniti non significa solo giocare a calcio e frequentare l'università. È uno stile di vita molto impegnativo, dove il tempo va organizzato al minuto.

Le giornate iniziavano presto con gli allenamenti, continuavano con le lezioni e finivano spesso la sera tardi tra studio, compiti e lavoro. Durante la stagione sportiva i ritmi diventavano ancora più intensi: trasferte lunghe in pullman, partite durante la settimana, hotel, rientri notturni e la necessità di rimanere comunque al passo con gli esami.

Una delle cose che mi ha colpito di più è stata la quantità di studenti internazionali presenti nelle squadre universitarie. Ho condiviso spogliatoi e appartamenti con ragazzi provenienti da paesi completamente diversi, ma accomunati dalla stessa scelta: lasciare casa per costruirsi un'opportunità.

Quell'ambiente mi ha insegnato molto. Non solo dal punto di vista sportivo, ma anche umano. Vivere ogni giorno con persone cresciute in culture diverse ti obbliga ad aprire la mente e a ridimensionare tante convinzioni che dai per scontate quando vivi sempre nello stesso posto.

Chicago e la vita fuori dal campus

Chicago è stata probabilmente la parte più importante della mia esperienza americana.

È una città grande, molto viva, ma allo stesso tempo più accessibile rispetto ad altre metropoli americane. Ha quartieri molto diversi tra loro, una forte influenza internazionale e un'energia particolare che si percepisce soprattutto vivendo la quotidianità, non solo visitandola da turista.

La città mi ha dato tanto anche fuori dall'università. Ho conosciuto persone che mi hanno aiutato nei momenti più complicati, professori disponibili, colleghi di lavoro, amici e coinquilini che col tempo sono diventati punti di riferimento.

Ovviamente non è stato tutto positivo. Ci sono stati periodi molto belli e altri più pesanti. Momenti in cui avevo la sensazione che tutto stesse andando nella direzione giusta e altri in cui vivere così lontano da casa diventava difficile da gestire.

La parte più complicata, a volte, non era nemmeno la fatica fisica o lo studio, ma il senso di distanza. Perdere eventi importanti, vedere famiglia, ragazza e amici solo attraverso uno schermo e sapere di dover affrontare tutto da solo ti fa crescere molto più velocemente.

Cosa mi ha lasciato questa esperienza

Quando le persone mi chiedono cosa mi abbiano lasciato gli Stati Uniti, faccio fatica a dare una risposta semplice.

Sicuramente mi hanno dato una laurea, esperienze lavorative, amicizie importanti e la possibilità di vivere realtà molto diverse tra loro. Ma soprattutto mi hanno insegnato ad adattarmi.

Ho capito che vivere all'estero non significa sentirsi sempre entusiasti o 'realizzati'. Ci sono momenti belli, altri frustranti, giorni in cui ti senti completamente integrato e altri in cui ti senti fuori posto. Ed è normale così.

Guardando indietro, penso che il valore più grande di quei quattro anni non sia stato raggiungere un obiettivo preciso, ma tutto quello che ho imparato durante il percorso.

La laurea è arrivata, il calcio mi ha dato opportunità che non avrei avuto altrove, ma la cosa più importante è stata imparare a vivere davvero ogni fase dell'esperienza, anche quelle più difficili.

Perché alla fine, più che trovare qualcosa, credo di aver imparato a dare valore al viaggio mentre lo stavo vivendo.